Adolescenti e quarantena: come vivere insieme

Di Elisa Briccola, Psicologa specializzanda in Psicoterapia dell'età evolutiva



L’adolescenza è quella fase di sviluppo in cui l’individuo delinea la propria identità: elabora le molteplici trasformazioni che lo interessano (corporee, cognitive e sociali) e si emancipa dalla famiglia. In questa fase di vita si verifica, infatti, un disinvestimento delle figure genitoriali a favore di un investimento dei coetanei, e si manifesta una perdita di credibilità nei confronti dell’adulto a vantaggio non solo dei pari, ma anche della cultura mass mediatica (rappresentata oggi da influencer, e canali quali YouTube e simili).


Ma se l’adolescenza è l’età in cui si cerca una separazione dai genitori, cosa succede quando un evento esterno si scontra con questa fisiologica esigenza, necessaria a livello evolutivo? Quali sono i vissuti emotivi dei ragazzi? Cosa succede al sistema famiglia ora che si è costretti a stare chiusi in casa tutti insieme?


Le provocazioni rischiano di essere all’ordine del giorno: ad esempio, i ragazzi potrebbero evitare i momenti dei pasti insieme, oppure opporsi alle richieste scolastiche, o ancora convertire il ciclo sonno-veglia impegnandosi fino a tarda notte tra videogiochi e serie tv, mostrandosi invece apatici e assenti nel corso della giornata.

Il rischio di uno scontro continuo è quindi alto. Cosa può fare allora un genitore per evitarlo, o perlomeno ridurlo?


Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto fornire un quadro del contesto attuale: la società di oggi è caratterizzata da famiglie affettive il cui legame è basato sulle relazioni, le quali diventano il fine ultimo degli interventi educativi. Ma se in passato la famiglia tradizionale normativa utilizzava la relazione come mezzo per far transitare i valori, oggi questa modalità non è funzionale: è più utile invece provare a creare un clima di comprensione. In altre parole, è molto più efficace provare ad ascoltare il proprio figlio rispetto ad utilizzare sermoni lunghi e ripetitivi.


Occorrono per prima cosa una giusta misura e una giusta distanza educativa, e tutto parte da una buona comunicazione. È consigliabile, quindi, abbandonare un modello educativo centrato sulla richiesta e sulla pretesa in quanto è certo che porterà allo scontro, stimolando negli adolescenti il bisogno di riproporre e affermare la propria identità. Di contro, risulta più efficace una comunicazione che stabilisca una necessità imprescindibile che va al di là della richiesta genitoriale. È preferibile non utilizzare richieste personali come “stiamo aspettando solo te per mangiare”, “cosa dobbiamo fare per farci ascoltare” o ancora il classico “lo capisci che questa casa non è un albergo”, ma condividere le responsabilità facendo in questo modo sentire l’adolescente al centro dell’attenzione, dotato di una propria individualità e di risorse utili al sistema famigliare. Più che sul controllo, di fatto, è importante puntare sulla responsabilità, utilizzando modalità che valorizzino i talenti degli adolescenti. Quello di cui hanno bisogno è di sentire che gli adulti intorno a loro li ingaggino: non c’è niente che stimoli l’adolescente come il sentirsi investito di responsabilità. Per questo motivo, partendo dai loro interessi, è possibile attribuirgli degli incarichi: ad esempio, se un ragazzo ha la passione per la cucina si potrebbero fissare dei pasti precisi in cui sarà proprio lui a cucinare per tutti, oppure se qualcuno è bravo a scuola e ha dei fratelli minori, gli si potrebbe chiedere di essere d’aiuto ai fratellini, sempre sottolineando il suo talento.





In secondo luogo, è importante che i genitori capiscano che la crisi attuale colpisce i ragazzi nei loro bisogni principali, ovvero in quelli di autonomia e relazionali e sociali. Per aiutarli in questa situazione, se vogliamo spronarli a cambiare un comportamento che non è possibile mettere in atto (ad esempio uscire con gli amici) a favore di un comportamento adattivo ma che comunque vada a soddisfare quei bisogni, è meglio concentrarsi su un comportamento positivo, anche singolo, e renderlo attraente almeno quanto gli altri che si stanno perdendo. Per quanto riguarda il distanziamento sociale, dunque, si può pensare di enfatizzare attività alternative, come le videochiamate con gli amici. È rilevante che i genitori non si dimentichino di considerare la prospettiva del proprio figlio e di coinvolgerli nelle cose che lo riguardano.




Un altro tema che rischia di generare molta conflittualità è l’esigenza di avere degli spazi privati.

Ognuno di noi ne ha bisogno, e ancora di più un adolescente che sta cercando di trovare la propria identità: non è un affronto diretto ai genitori, ma una necessità che più che offendere, dovrebbe ricevere rispetto. Pensandoci bene, in fondo, anche prima della quarantena, tutti i ragazzi avevano già dei loro spazi privati: gli allenamenti, le uscite con gli amici, una camminata nel parco, con la sola differenza, che prima erano creati all’esterno del contesto famigliare e all’interno di un ambiente macro-sociale. Non possiamo pretendere che questo bisogno ora possa cambiare: è importante comprenderlo, e lasciare la possibilità di creare gli spazi, con il rischio, altrimenti:

  • di incorrere in scontri continui (esito forse scontato);

  • di veder “sacrificata” la ricerca degli spazi personali perché il ragazzo pensa di fare un torto ai genitori, con conseguente sviluppo del senso di colpa.

Entrambi questi scenari sono dannosi al sistema famigliare nel breve, ma, soprattutto, nel lungo termine.


Un altro argomento centrale che vale la pena di nominare riguarda l’utilizzo dei videogiochi e, in generale, di internet.



Entrambi sono stati spesso demonizzati dagli adulti, ma soprattutto in questa situazione potrebbero rivelarsi una risorsa preziosa. Il problema non è infatti lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa, con l’ovvia conseguenza che ciò che è più importante è educare i ragazzi al loro utilizzo. Varie ricerche hanno dimostrato che il corretto utilizzo di videogiochi adatti all’età può favorire lo sviluppo e il mantenimento di varie abilità cognitive quali l’attenzione prolungata, la reattività o la capacità di risolvere problemi. Ma c’è un ulteriore risvolto positivo, di carattere sociale: grazie alla modalità multiplayer di alcuni videogiochi o tramite piattaforme che permettono di effettuare le videochiamate, i ragazzi riescono in questo modo ad entrare in contatto con i loro amici, lontani dati la quarantena vigente. A tal proposito, è utile riprendere quanto sottolineato in precedenza: l’adolescente si trova in una fase evolutiva che lo porta a disinvestire dalle figure genitoriali a favore dei coetanei, e ne consegue l’importanza che i genitori, specialmente in questa situazione, permettano l’utilizzo della rete internet facendo sì che i ragazzi mantengano i contatti con i propri amici.

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ne ha riconosciuto recentemente l’importanza: nella campagna di sensibilizzazione #PlayApartTogether invita le persone a seguire le misure di sicurezza e a praticare il distanziamento sociale, e sottolinea l’importanza di internet e videogiochi al fine di preservare i legami interpersonali.


Quindi, piuttosto che demonizzare a priori l’uso che i propri figli ne fanno, è più opportuno avvicinarsi al loro mondo e comprendere l’importanza che il servirsi della rete ha per loro, non dimenticandosi che, soprattutto adesso, è probabile che lo schermo elettronico rimanga acceso per più tempo rispetto al solito (nei limiti della salute).


Adesso, parliamo di emozioni. In questa situazione così particolare non dobbiamo dimenticarci che tutti proviamo dei momenti di sconforto, paura e rabbia, e i ragazzi non ne sono certamente immuni. Risulta importante essere onesti con i propri figli, non nascondendo loro la verità, ma anzi, cogliere l'occasione come preziosa per parlare con i ragazzi del tema del dolore, della fatica, del pianto e anche della morte.


Nel fare ciò, l’adulto non deve riversare le proprie angosce sui ragazzi, ma è utile costruire una relazione nuova in cui anche il genitore si assume la responsabilità della propria tristezza, spiegando che gli inciampi, i dolori e le fatiche fanno parte della crescita, e come nessuno possa trovare il vero sé e costruire la propria identità senza attraversare momenti di fallimento e difficoltà.

I genitori dovrebbero provare a essere per i propri figli una valvola di sfogo, aiutandoli ad esprimere le proprie emozioni, fornendo un modello comportamentale corretto: se il genitore non mostra in primis di comunicare le proprie preoccupazioni e le proprie angosce, i figli penseranno di conseguenza che il dolore e la sofferenza siano da considerarsi argomenti tabù, con l’effetto di non esprimere loro stessi le proprie angosce e, inoltre, di farsi carico, riconoscendole, di quelle dei genitori. È importante, dunque, che i genitori condividano (e che non evacuino) le proprie paure e le proprie difficoltà, rendendo in questo modo più chiaro ai ragazzi cosa stanno vivendo in quel momento, e offrendogli la possibilità di esprimere a sua volta le proprie angosce, paure, sofferenze e preoccupazioni.



Bisogna poi tenere conto che, se il disagio in adolescenza non trova una forma espressiva, rischia di tramutarsi in comportamento: il genitore deve essere per questo motivo un buon contenitore emotivo, accogliendo le emozioni dei figli e i loro pensieri, facendogli capire di essere uno spazio disponibile e pronto a riceverle, gestirle e restituirgliele rielaborate.

Inoltre, aver reso noto il nostro disagio e le nostre sofferenze si rivela utile anche quando ci troviamo di fronte ad un adolescente che minimizza il problema: teniamo a mente che le negazioni sono solitamente delle difese contro il dolore. Se ci si rende conto che il proprio figlio è in questa fase di negazione è utile cercare di comprendere come mai si è costruito una rappresentazione del problema lontana dalla realtà, dando così un senso, insieme a lui, della visione che si è fatto. Anche in questo caso la chiave per la riuscita è nella relazione.

Un'ultima indicazione che vale la pena sottolineare, anche se forse scontata, è questa: i genitori potrebbero impiegare questo tempo di convivenza, in cui gli impegni sono meno frenetici per creare dei momenti positivi all’interno della relazione con i propri figli, aiutati anche dalla condivisione dei reciproci vissuti emotivi. Guardare un film, fare dei giochi in scatola, etc. sono tutte semplici attività con il potere, però, di far riscoprire il piacere “dello stare insieme”.


A causa dell’emergenza una cosa che sicuramente non ci manca è il tempo: è nelle nostre mani la scelta di come e per cosa vogliamo impiegarlo.


Elisa Briccola è Psicologa, e si sta attualmente specializzando in Psicoterapia dell'età evolutiva presso la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica (SPP).

Elisa Briccola è presente su LinkedIn.







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