Crisi e psicologia: comportamenti di massa

Updated: Apr 26

Come possiamo spiegare i fenomeni di massa a cui abbiamo assistito nei mesi passati, e che continuamente ci forniscono nuovi spunti di riflessione sui meccanismi che regolano il comportamento sociale? Corse alla spesa, approvvigionamenti, scorte di mascherine e gel disinfettanti (scorte di armi e munizioni negli U.S.A.). Comportamenti che sono stati connotati come “isteria collettiva” o “panico di massa”.


Vediamo come la psicologia può offrirci nuovi punti di vista, con cui magari riuscire ad attribuire sensi e significati diversi.


Innanzitutto, per tornare all’ “isteria collettiva” con cui si sono etichettate le corse ai rifornimenti, può essere utile una puntualizzazione. L’isteria è in realtà una malattia psichica che nel corso dell’Ottocento veniva diagnosticata (esclusivamente) alle donne, per spiegare attacchi nevrotici intensi caratterizzati da sintomi quali paralisi, cecità momentanea, perdita della coscienza e della capacità di parlare, anestesie, contratture. In una lunga tradizione storica, questa fenomenologia faceva capo a “problemi dell’utero”: secondo Ippocrate ogni malattia femminile era dovuta agli spostamenti dell’utero all’interno del corpo (il termine greco hystéra vuol dire proprio utero), e anche secondo Areteo di Cappadocia l’utero era “un animale dentro un animale” (gli antichi Greci erano dichiaratamente misogini), libero di spostarsi all’interno della donna a causa dell’astinenza sessuale. Questa interpretazione si trasmise fino al Medioevo, durante il quale le isteriche venivano sottoposte a esorcismo. Nell’Ottocento lo studio dell’isteria ebbe una grande diffusione a Parigi e in tutta Europa: il neuropsichiatra Jean-Martin Charcot, nell’ospedale di Salpêtrière, riconduceva l’isteria a traumi psichici, e immobilizzava le proprie pazienti sottoponendole a sedute di elettroshock, pressione delle ovaie, e rumori assordanti. Nello stesso periodo venne ideato in Francia il primo vibratore elettromeccanico, in modo da aiutare i medici che dovevano praticare trattamenti manuali per curare i sintomi isterici.

Lo stesso Freud si è interessato agli studi di Charcot e Breuer sulle pazienti isteriche. Oggi l’isteria non esiste, né come malattia organica né come malattia mentale, e la sua sintomatologia verrebbe più che altro diagnosticata come disturbo neurologico funzionale, con una eziologia organica.


Questa breve rassegna storica ci è utile per comprendere come mai il termine “isteria”, utilizzato in passato con discriminazione, viene riproposto oggi per sottolineare comportamenti istintivi, passionali, impulsivi ed emotivi.


Il panico, invece è una potente sensazione di paura e ansia che un individuo può sviluppare di fronte a un pericolo, che sfocia in confusione e comportamenti non sottoposti alla riflessione (il classico “farsi prendere dal panico”). Chi soffre di attacchi di panico sperimenta ad esempio un breve periodo di ansia molto forte, con una paura improvvisa e insopportabile, soprattutto legata alla possibilità di morire.


Il panico però, oltre che individuale, può anche essere collettivo, diffondendosi da individuo a individuo, in concomitanza a una crisi o una catastrofe: una calamità naturale (alluvione, terremoto), un episodio di grave violenza, o un attentato. Il panico diffuso porta a destrutturare il corpo sociale, decomponendo il gruppo, rompendo gli equilibri e le dinamiche fin lì vigenti per introdurne di nuove: quelle dettate dalla salvaguardia personale.

Già nel 1985, Gustave Le Bon, analizzava in “Psicologia delle folle” la razionalità limitata dei gruppi (non necessariamente numerosi) di persone, che risultano uniti al loro interno da stati emotivi e irrazionali. Le Bon ritiene infatti che non è la coscienza a orientare le masse, ma l’inconscio: la folla ha infatti uno stato d’animo comune, in cui l’intelligenza individuale si perde e i sentimenti personali confluiscono in un unico omogeneo sentito. Nella folla hanno modo di emergere istinti altrimenti controllati, e non individuabili come la somma degli atteggiamenti individuali, ma propri di una realtà psicologica differente. All’interno di questo magma è garantito l’anonimato: ciascuno può dare sfogo alle proprie pulsioni senza il timore di essere riconosciuto o di riconoscersi come individuo, e può lasciarsi andare tanto all’eroismo quanto all’indifferenza, fino a spingersi alla violenza. Le Bon chiama questo effetto “suggestione”, capace di far saltare i meccanismi inibitori e resa possibile da diversi fattori. Innanzitutto, l’individuo in massa acquista, per il solo fatto del numero, un sentimento di potenza invincibile. Ciò permette di cedere ad istinti che, in solitudine, sarebbero di contro tenuti a freno. Le Bon passa poi ad esaminare il meccanismo del “contagio mentale”, attraverso il quale le idee si trasmettono rapidamente e inconsapevolmente tra gli individui che compongono la massa, con una tale forza che le peculiarità e le particolarità dei singoli si appiattiscono verso l’uniformità, anche contro i loro interessi. Centrale è poi l’imitazione: psicologi più recenti hanno studiato infatti l’influenza sociale come una forma di contagio.

Pensiamo ora a come centinaia di persone si sono ammassate nelle stazioni per la paura di non poter più fare ritorno a casa. O a come siano accorse numerose nei supermercati, per fare rifornimento di merci in vista di una possibile chiusura, o per scongiurare una scarsità di prodotti. Tutti questi sono, alla luce di un rischio di contagio, questa volta virale, comportamenti irrazionali: da giorni si sconsigliava infatti di evitare spazi chiusi e affollati.


Imitazione, contagio, suggestione, scomparsa della coscienza, diffusione di responsabilità, diminuzione di razionalità e autocontrollo, guida del comportamento da parte di istinti, affetti, sentimenti, passaggio veloce dal pensiero all'azione. I diversi individui, normalmente autonomi e differenti l'uno dall'altro, diventano simili: diventano uno.

Lo stesso Freud riprende il pensiero di Le Bon, spiegando come alla base dei legami che tengono uniti le masse vi sia il meccanismo dell' "identificazione", attraverso il quale, genericamente parlando, si percepisce un’analogia tra il sé e gli altri individui: questo genera una stessa comunanza di sentimenti, che fanno da premessa per un legame. Sostanzialmente, per Freud la massa è la reincarnazione di un’orda primitiva: studiare la psicologia della massa, in questo senso, altro non è che studiare una psicologia umana più antica dove riemergono pulsioni primordiali.


Le spiegazioni sociologiche di Le Bon e quelle dinamiche di Freud non sono però totalmente sufficienti per spiegare fenomeni così complessi: per meglio comprendere l’assalto ai forni della modernità dobbiamo chiamare in causa altri argomenti.


Innanzitutto, ritornando indietro di qualche mese, ricorderemo come i diversi mezzi di comunicazione di massa abbiano largamente fatto uso di toni allarmistici, frasi molto drammatiche e parole enfatiche, andando ad alimentare ansie e paure. Sono circolate fake news, informazioni non ufficiali e non verificate che ci hanno trovato senza protezione, con la conseguenza di rendere le incertezze ancora più destabilizzanti. A ogni accensione di televisione o smartphone il termine “coronavirus” appariva in primo piano, crescendo in importanza tra i media e parallelamente in preoccupazione tra le persone.


In fondo, lo spazio occupato dagli schermi corrisponde allo spazio dei discorsi e dei pensieri delle persone.

Non dobbiamo poi dimenticare, con il primo isolamento di questa epidemia, le immagini delle strade deserte di Whuan e delle persone che comunicavano dai balconi per fare sentire la propria vicinanza. Oggi forse vediamo la quarantena come una procedura ormai quasi di routine, ma inizialmente - da spettatori ancora incolumi - abbiamo accolto queste immagini con più angoscia, smarrimento e incapacità di comprendere. L’idea di poter vivere uno scenario simile è di immaginabile sgomento: ecco quindi che le persone si premuniscono.


Ci sono però altri strumenti che possono essere utili a comprendere i comportamenti dell’ultimo periodo, ed essi ci vengono forniti dalla psicologia sociale, quella branca della psicologia che studia come il comportamento del singolo individuo sia influenzato dalla presenza degli altri. La psicologia sociale analizza infatti come agiscono le persone all’interno dei gruppi, e come i diversi gruppi agiscono fra loro.


Robert Cialdini descrive ne Le armi della persuasione i meccanismi di influenza sociale che operano sui singoli individui, portandoli ad agire in risposta a pressioni esterne (che solitamente non vengono neanche percepite). Cialdini elenca le diverse tecniche che orientano il comportamento delle persone: reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità, e scarsità.


Tra queste, la riprova sociale è un’arma molto potente. Infatti, uno dei mezzi che utilizziamo per decidere cosa sia giusto e quale sia il comportamento corretto da tenere in una data situazione, è di scoprire che cosa gli altri considerano giusto e quale comportamento gli altri considerano corretto. Pensiamo ad esempio a quando camminiamo per strada, e siamo incerti su dove entrare per bere qualcosa, per poi vedere un locale affollato: immediatamente pensiamo che ci sia un buon motivo per scegliere proprio quel locale piuttosto che un altro, e la nostra iniziale incertezza può immediatamente dissolversi.

Dobbiamo poi considerare, come regola generale, che quando regna l’incertezza e ci ritroviamo nel dubbio è molto più facile guardare al comportamento degli altri per osservarne le reazioni e imitare le loro decisioni.

<<Se agiscono così, forse dovrei farlo anche io>>. Questo, sommariamente, è il pensiero da cui nessuno è esente.

Dunque, nel caso delle scorse settimane, possiamo immaginare che sia successo proprio qualcosa di simile: se vediamo che tutti accorrono al supermercato inferiremo che forse l’emergenza in corso sia più grave di quanto pensassimo, forse penseremo che ci siamo persi una notizia importante, o che abbiamo preso sottogamba la situazione. E finiremo per ritenere che anche noi dovremmo essere in quella fila, che dovremmo fare scorte, perché <<chi lo sa se poi magari chiudono, se tutti corrono a fare acquisti, sanno qualcosa che io non so. In ogni caso è meglio agire>>.


È utile precisare che le armi di persuasione fanno leva su un fondamentale meccanismo mentale a cui tutti gli esseri umani sono sottoposti, nessun escluso: le scorciatoie cognitive. Le scorciatoie cognitive, o anche dette euristiche, sono dei metodi intuitivi e veloci di elaborare la grande mole di informazioni presente nell’ambiente circostante. Considerare ogni elemento di un problema per analizzarlo minuziosamente sarebbe infatti un processo tanto lungo e dispendioso quanto inutile: prendere una decisione richiederebbe così tanto tempo che riusciremmo ad emettere una risposta con giorni di ritardo. Le euristiche sono in questo senso uno strumento utile a nostra disposizione, e le utilizziamo molto spesso in numerose situazioni, e anche con successo. Il lato negativo è che, talvolta, proprio per la loro rapidità e imprecisione, ci traggono in errore.

Non sempre infatti, ne converremo, il comportamento delle altre persone può essere considerato come un indizio affidabile, soprattutto se ciascuno si imita vicendevolmente sulla base della riprova sociale.


Una seconda tecnica di persuasione che ci viene in aiuto nello spiegare gli accadimenti dell’ultimo periodo è la scarsità. Secondo questo principio, l’idea di una perdita potenziale o la potenziale inaccessibilità di una risorsa giocano un ruolo molto importante nei processi decisionali dell’essere umano.


Le persone sembrano infatti motivate ad agire più se sono spinti dal timore di una perdita che dalla speranza di ottenere qualcosa. In generale, in realtà, gli esseri umani sono più sensibili alle perdite che ai guadagni, ma questo è un altro discorso.

Sulla base di cosa però funziona il principio della scarsità? Di norma, se un articolo è raro o sta per diventarlo vale di più, per via di una nostra naturale inclinazione a considerare migliore qualcosa di difficile da possedere. Pensiamo ad esempio a quando nei negozi viene utilizzata la tattica dell’offerta valida per pochi giorni: ci siamo cascati tutti. O a quando vediamo uno scaffale vuoto o con pochi articoli, e riteniamo che sia di valore e degno della nostra attenzione.


Se a guidarci è, dunque, la paura di poter perdere qualcosa (il libero accesso ai supermercati, o la possibilità di acquistare mascherine), agiremo spinti non tanto dalla razionalità, quanto più dalla volontà di contrastare una possibile deprivazione.

L’efficacia del principio di scarsità ha però una seconda origine: via via che vediamo le nostre opportunità restringersi, perdiamo un certo margine di libertà d’azione. Ma perdere una libertà di cui già godiamo, soprattutto dopo un periodo di relativo benessere, è qualcosa che non tolleriamo assolutamente. Fa parte di noi. Questo desiderio di mantenere intatte le nostre prerogative ha un nome: “reattanza psicologica”, un concetto sviluppato dallo psicologo Jack Brehm per spiegare la risposta degli esseri umani alla perdita di controllo sulle proprie azioni e scelte personali. Secondo questa teoria, ogni qualvolta sentiamo la nostra libertà di scelta minacciata o limitata, il bisogno di mantenere le nostre libertà ci porta a desiderarle molto più di prima, con tutto ciò che ad esse è associato. Così, quando la scarsità (o qualunque altro fenomeno) interferisce nella nostra precedente libertà di accesso a un qualunque bene o servizio, reagiremo contro l’interferenza desiderando quel bene o servizio più di prima, e sforzandoci tanto di più per ottenerlo. Non a caso, secondo gli studiosi di scienze sociali, la scarsità dopo un periodo di abbondanza è una delle cause primarie di agitazioni e violenze: secondo James Davies le rivoluzioni avvengono con la massima frequenza quando un periodo di progressi economici e sociali è seguito da un brusco rovescio.


Forse, a pensarci bene, anche noi ci troviamo in una situazione simile, dove ci ritroviamo molto vulnerabili alle influenze degli altri attori sociali, e la loro presenza e le loro azioni si fanno forti sui nostri pensieri, comportamenti e sentimenti. Da quando Cialdini ha scritto Le armi della persuasione si è però fatto largo un cambiamento non da poco. Sulla scena si è introdotto con via via sempre più pervasività un nuovo attore sociale: la folla di internet, i gruppi dei social, le comunità virtuali, e una comunicazione di massa senza filtri sempre presente con noi tramite i nostri smartphone.

Siamo esposti a una grande mole di informazioni che ci inducono ad allarmarci, a trovare dei nemici, ad avere paura, che ci convincono per poi dissuaderci, e che semplicemente ci confondono. Nei momenti di forte minaccia (sociale, esistenziale, valoriale) è riprovato che gli esseri umani tendano ad attaccarsi ai propri gruppi sociali, con un doppio esito: sia mostrando comportamenti prosociali sicuramente positivi, ma anche con una maggiore sensibilità a leve esterne.

Un grande ruolo lo gioca in questo senso la comunicazione pubblica: non solo una comunicazione che si deve occupare di emergenza, ma anche una comunicazione che tenga conto di avere un effetto sui comportamenti delle persone, influenzando le nostre percezioni sociali a lungo termine. La comunicazione pubblica può però agire in maniera informata, e tenere conto delle ricerche di psicologia sociale che da lungo tempo si sono occupate delle reazioni alla minaccia, ma anche delle ricerche attuali che si stanno occupando dell'emergenza COVID-19.


La comunicazione ha, per questo motivo, una responsabilità sociale.

Da parte nostra, possiamo fermarci per riflettere, osservando i processi psicologici che ci governano: il "conosci te stesso" non riguarda solo i processi peculiari del singolo individuo, ma anche quei tasti che rispondono alle influenze esterne e che si basano sul nostro essere, in fin dei conti, animali sociali. E in questo senso, saper/si conoscere significa anche saper ribaltare il processo: da massa, folla, gregge, magma indistinto di caos e impulsi, a individui consapevoli.



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