La barba di Garbhàn

Storia per bambini di Giulia Capriata















In una foresta incantata uno gnomo di nome Garbhàn, andava fischiettando per la sua strada a testa alta.

Calato sul capo, un enorme cappello rosso a punta lo faceva sembrare una succulenta fragola matura.

Non era uno gnomo particolare.

Non era: né bello né brutto, né magro né grasso, né alto né basso, né giovane né vecchio.

C’era una cosa della quale, però, andava fiero: la sua barba.

Simbolo di profonda saggezza per il piccolo popolo, cresceva rapidamente, folta e candida.

Ogni mattina al suo risveglio, la curava e pettinandola la trovava sempre un po’ più lunga rispetto alla sera precedente.

Quel giorno, saltellando tra radici ed erba alta, Garbhàn si trovò davanti ad un campo arato.

Mentre osservava la disposizione dei solchi lasciati liberi per la semina con aria critica, vide uno gnomo a carponi nel terriccio. Sembrava molto anziano.

Un’intricata ragnatela di rughe gli segnava il volto, nemmeno il più creativo tra gli aracnidi sarebbe riuscito a riprodurre quella difficile trama.

Concentrato sul suo lavoro, con sguardo assorto, si passava la mano callosa sulla lieve peluria del mento.

Garbhàn, che metteva sempre il becco negli affari altrui, si avvicinò e si schiarì la voce.

<< Buongiorno. >> Disse il secondo gnomo con un gran sorriso gentile. Gli mancava uno dei denti davanti.

Con un po’ di fatica ed un rumoroso scricchiolio di schiena, si mise in piedi e gli tese una mano piena di semi verdognoli di medie dimensioni.

<< Sto piantando dei trifogli, vedi? >> Indicò il rettangolo ordinato. << Ho lasciato riposare la terra; in questo modo, con una bella culla calda e morbida, i germogli faranno presto a crescere sani e forti. >>

Garbhàn non aveva ancora detto nulla.

I dubbi gli ronzavano in testa come una zanzara fastidiosa. Pensò che, nonostante l’età avanzata, quei quattro peli grigi non potessero competere con la sua meravigliosa barba bianca.

Quel vecchietto era sicuramente uno sprovveduto ed avrebbe fatto molta fatica senza il suo aiuto; decise quindi di essere magnanimo e di dargli i suoi preziosi consigli.

Si sedette su un masso e con aria da grande intenditore, osservò l’altro lavorare.

Lo gnomo anziano non si fece intimidire, gli disse che il suo nome era Seanàn e si mise all’opera.

Con movimenti rapidi e sapienti piantò un seme dopo l’altro e li coprì con il terriccio. A metà del lavoro, Garbhàn scattò in piedi ed urlò talmente forte che il povero vecchio finì a gambe all’aria per lo spavento.

<< No, no, no! Ma non sai proprio niente tu! I semi hanno bisogno di sole ed aria per crescere, vanno solo appoggiati sulla terra non spinti in profondità. >>

Seanàn non disprezzava mai un consiglio perciò, con pazienza, rifletté sulle parole dell’altro.

<< Non è meglio che stiano al riparo? Se non li sotterro arriveranno i corvi e li mangeranno. >>

Il viso di Garbhàn diventò rosso di rabbia tanto da confondersi con il suo cappello.

<< Se non ascolti i miei consigli, non germoglierà mai niente nel tuo campo. >> Mise in mostra la lunga barba per dare forza alle sue parole.

Il vecchio gnomo, senza protestare fece come gli era stato detto. Finì in un baleno nonostante le gambe esili ma, non appena ebbe posato l’ultimo cerchietto verdognolo, uno stormo simile ad una tremenda nuvola nera si abbatté famelico sul campo.

Inutile dire che dei semi non rimase traccia.

Con aria bonaria Seanàn mise una mano sulla spalla del suo simile.

<< La giornata è ancora lunga, rimettiamoci al lavoro. >>

Per tutta risposta l’altro sospirò spazientito, sicuramente quel vegliardo non aveva capito bene le sue indicazioni. Decise così di farsi un giro e mentre camminava una goccia gli cadde sul naso. Da lì a poco avrebbe piovuto.

Quando tornò, le piccole montagnette di terriccio erano ben visibili, perfettamente distanziate.

<< Ecco! >> Pensò ad alta voce. << Ha seppellito i semi. Si pentirà di non aver seguito le mie direttive. Cosa ci posso fare, ha una barba così corta. >>

Osservando meglio notò due canali e li seguì fino al torrentello lì vicino.

Intento a costruire una chiusa per regolare l’afflusso dell’acqua, trovò l’amico.

<< No, no, no! Non sai che le piante hanno bisogno d’acqua? Se non le permetti di scorrere moriranno di sete. >> Garbhàn era sempre più sconvolto dall’ignoranza del suo simile. Grazie al cielo c’era lui ad aiutarlo.

L’anziano accettò con umiltà il consiglio e lasciò aperta la chiusa.

La pioggia però, che si era fatta più insistente, ingrossò il torrente che come un cavallo imbizzarrito, senza ostacoli sul suo cammino, arrivò al campo e lo allagò.

Il sorriso fiducioso di Seanàn non si spense. << Ci vorrà olio di gomito ma, con un po’ di fortuna, il sole tornerà e ci aiuterà a rimediare. >>

Con un grande sbadiglio, il saccente gnomo dal cappello rosso andò a sdraiarsi all’ombra di un albero.

Avendo dispensato tutti quei preziosi consigli, si sentiva esausto perciò, dopo aver pettinato bene l’adorata barba, cadde in un sonno profondo e senza sogni.

Dormì due giorni e due notti. Aprì gli occhi solo la mattina del terzo giorno.

Ancora un po’ intontito dal sonno fece per andare al fiume a lavarsi la faccia, inciampò su qualcosa e ruzzolò a terra.

Innervosito cercò di urlare per buttar fuori la rabbia ma con sorpresa non produsse alcun suono. La barba durante quel lungo pisolino era cresciuta talmente tanto da coprirgli la bocca formando uno spessissimo tappo.

Radioso per quel lieto evento corse subito da Seanàn, gli sfilò davanti sfoggiando orgoglioso ciò che, dopo la caduta, era ormai un groviglio di peli canuti.

Quello però, forse per la vista un po’ danneggiata dall’età, forse per la troppa concentrazione, forse per volontà, non si accorse della sua presenza e continuò a tagliare alla radice i gambi dei rigogliosi trifogli che ondeggiavano danzando con il leggero venticello.

Piccato, Garbhàn si avvicinò ma non troppo; non voleva mettersi al suo stesso livello e, data l’impossibilità di parola, iniziò a saltellare sul posto a piedi uniti per attirare l’attenzione.

Niente. Era sicuramente diventato sordo, pensò.

Nonostante la terra tremasse provocando un gran frastuono, il vecchio gnomo continuava il suo lavoro.

Allora, per la prima volta, entrò nel campo; i piedi nel morbido terriccio gli davano una strana sensazione di solletico.

Ormai gli era davanti, un solo passo e l’avrebbe toccato.

Rimase in piedi, guardandolo dall’alto in basso, prese il cappello rivelando una rotonda testa pelata, con tutto il fiato che aveva lo gonfiò e, dandogli una poderosa manata, lo fece esplodere come un palloncino.

Nemmeno un sussulto.

Rassegnato, si mise in ginocchio arrivando a suo livello. Solo a quel punto, Seanàn incrociò il suo sguardo.

<< Grazie amico mio, stavo proprio pensando che due braccia in più mi sarebbero state utili. >>

Prima che potesse fare qualsiasi cosa Garbhàn si ritrovò tra le mani un pesante fascio di trifogli e fu costretto a portarlo fino ad una grossa grata sotto la quale ardevano delle braci.

Il vecchietto prese uno sgabello e dall’alto, lentamente, con molta attenzione, iniziò a sistemare le piante appena raccolte sulla griglia incandescente.

Lo gnomo barbuto, non potendo parlare, scosse la testa severo, con il pollice si batté due colpi sul petto e si avvicinò sicuro alla grata.

<< Stai attento, se ti avvicini troppo la tua barba si brucerà. A me è già successo. >> disse Seanàn.

L’altro, convinto della sua tangibile saggezza, non gli diede ascolto. Continuò a poggiare i trifogli, uno dopo l’altro a gran velocità. L’aria prodotta dalle foglie fece guizzare un lapillo verso la folta peluria che in un attimo prese fuoco.

Afferrato prontamente un secchio d’acqua, l’anziano gnometto glielo rovesciò addosso; il fuoco si spense però della barba non c’era più traccia.

Quando Garbhàn, toccandosi, si rese conto di aver perso la fonte della sua saggezza, grandi lacrimoni gli si formarono agli angoli degli occhi.

Una mano ruvida e gentile gli carezzò la testa.

<< Garbhàn, è necessario ascoltare la voce di chi ci sta intorno e sperimentare per apprendere veramente. La saggezza si costruisce ed una volta acquisita rimane, a prescindere dalla peluria. >> Detto ciò tirò fuori dalla tasca della giacca una boccetta dal tappo argentato, lo svitò liberando un puzzo nauseabondo.

<< È la pozione magica creata con i trifogli che coltivo. Bevila e la barba ricrescerà più bella di prima. >> E così fu.

La lezione gli servì, finalmente aveva imparato!

Lo gnomo Garbhàn, cambiò il suo atteggiamento prestando orecchio alle indicazioni altrui e dando consigli solo in base alle esperienze vissute.

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