Sul male

Era un po’ prima che i bar chiudessero.

Stavo bevendo un caffè quando un caro vecchino disse alla barista “è come quando c’era la guerra, solo che adesso il nemico non sappiamo dov’è!”.

Come dire: c’è uno scontro con qualcosa che ci è antagonista e che in molti ha attivato immagini collettive di grande pregnanza. La guerra, gli eroi, i salvatori. Ma il male, dov’è? Una domanda che ha stimolato in me una riflessione che vorrebbe cercare di chiarire uno dei tanti aspetti che hanno a che fare con quanto ci sta succedendo.


In genere abbiamo sempre un nemico più o meno facilmente identificabile sul quale possiamo scaricare tutta la nostra rabbia e attribuire le colpe. Sappiamo bene di chi aver paura e chi accusare. Lo straniero o lo svizzero, quello alto o quello basso, quello di sinistra oppure di destra, etc. Ogni categoria va comunque bene: è conoscibile, è specifica, è diversa dalla nostra, è “altro da noi”. Forma quindi l’alterità ma un’alterità conoscibile e ben situabile: altro da noi ma anche “fuori da noi”. Se è fuori da noi è anche “distinta” da noi e, soprattutto, “distante” da noi. Lontano non ci può contagiare e dunque non può cambiare la nostra condizione. Non ci modifica, non ci determina. Rimaniamo immutati e immutabili nella nostra utopica condizione di certezza.


Purtroppo in questo periodo le cose non sono così semplici. Ci abbiamo provato cercando il paziente zero, il primo untore, l’artefice di tutto, ma dopo un po’ abbiamo lasciato perdere. L’antagonista, il “cattivo”, il male, è invisibile e sconosciuto e potrebbe essere dovunque. Potrebbe essere sotto le nostre scarpe. Potremmo addiruttura incarnarlo noi stessi. Forse siamo noi l’antagonista, il cattivo, il male, il nemico, l’untore, il colpevole.


Questo dal punto di vista psicologico ha delle grandi ripercussioni, come il rendere più faticoso quel processo proiettivo che quotidianamente ci permette di scaricare sulle altrui persone parte delle nostre angosce e paure. Siamo in qualche modo costretti a interrompere un modus operandi che ci è proprio e fa parte della nostra natura, ovvero inserire e vedere nell’altro aspetti nostri o che comunque hanno a che fare con noi e ci sono sgraditi. Come quando si dice che “è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro che la trave nel proprio“. Ma questa citazione diventata nel tempo un detto ora non descrive più quello che ci accade nella quotidianità, perché adesso non è assolutamente più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro! Anzi, pagliuzza e trave hanno la stessa dimensione e la loro distanza è annullata. Sono sparpagliate ovunque e non si capisce quale è l’una e quale è l’altra. Sono confuse e mischiate e irriconoscibili. Che cosa è nell’occhio di chi? L’accusato diventa l’accusatore. L’accusato è anche l’accusatore.


Un’opportunità diventa allora osservare il dato di fatto: è il contagio psichico, già in atto, che ci pone nella posizione di viverci diversamente e sperimentare un cambiamento, perché quanto ci accade è tremendamente personale oltre che collettivo. Siamo fragili, siamo insicuri, siamo incerti, e stiamo anche scoprendo che ciò che è fuori è anche dentro e dappertutto. Chissà, magari è proprio da questa condizione di incertezza che può svilupparsi uno dei germi che ha, forse, attecchito in seguito a questo contagio (psichico): quella maledetta responsabilità individuale del riconoscere e distinguere la trave e la pagliuzza.


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