Una Neomamma ai tempi del Coronavirus

di Francesca Calò

Nessuno ci prepara ad essere mamme, e già questo non rende le cose semplici. Ma chi lo avrebbe mai potuto immaginare che avremmo dovuto muovere i nostri primi passi in questo nuovo, difficile e meraviglioso ruolo nel bel mezzo di una pandemia? Se ce lo avessero detto qualche tempo fa non ci avremmo creduto, ma eccoci qui.

Alcune di noi da qualche mese non sanno cosa vuol dire dormire 5 o 6 ore di seguito, altre sono più fortunate perché il loro bambino dorme già tutta la notte. Ci sarà chi lotta ogni giorno quando è l’ora di allattare o quella della pappa, chi invece ha vita più facile perché il bimbo di qualche mese mangia tutto senza troppi “drammi”. Alcune di noi in queste settimane avranno i compagni, i mariti, a casa tutto il giorno, altre meno di prima, altre ancora mai. Ci sono le mamme che hanno ripreso a lavorare in smart working, quelle che hanno deciso di riprendere quando tutto questo passerà, oppure ci sono coloro che non torneranno al loro vecchio impiego, per scelta o perché costrette da dinamiche esterne.

Tutte con la nostra storia unica e particolare, ma unite da una grande, immensa, “missione”: essere neomamme ai tempi del Coronavirus.

Innanzitutto credo che pensiate, come me, che questo tempo in più che ci è stato dato a disposizione da trascorrere con i nostri piccoli può essere vissuto come un “dono”. Quante mamme ho sentito rimpiangere il fatto di essere tornate troppo presto al loro lavoro e di avere avuto come l’impressione di perdersi dei momenti importanti dei primi mesi del proprio bimbo, ricchi di traguardi e nuove incredibili scoperte, per loro ma anche per noi. E questo pensiero, di avere del tempo in più da dedicare a loro, per stare davvero insieme a loro, ci porta a vivere questa situazione in modo più positivo, con un sorriso in più sulle labbra, nonostante quello che sta succedendo fuori dalle mura delle nostre case.

Ciò non vuol dire che sia facile, anzi. Penso a chi ha la fortuna, come me, di avere tutti i nonni giovani e in forma, che fino a qualche settimana fa ci hanno dato una mano con i bambini. Un aiuto unico e prezioso di cui ora sentiamo la mancanza. Perché quel tempo che passavano con i nipotini, lasciandoci la possibilità di dedicare quello stesso tempo a noi stesse, era davvero speciale. E solo ora che manca ne capiamo la grande importanza. Certo, non mancherà mai tanto quanto ai nonni manca stare insieme ai loro nipotini, questo è sicuro. Ma sono convinta che questa distanza imposta abbia il potere di rafforzare i rapporti. E allora sono sicura che, quando piano piano ci potremo ritrovare e riabbracciare con le nostre famiglie, sarà un abbraccio stretto e sincero come mai prima di allora e da quel momento in poi inizieremo ad apprezzare queste piccole cose in un modo nuovo, sicuramente migliore.

Ora però, per chi ha avuto questa fortuna, l’aiuto dei nonni o di chi, oltre a noi e ai papà, si occupava dei piccoli, viene meno. E penso soprattutto ai primi mesi di vita dei neonati e alla delicatezza di quel periodo per noi mamme. Ci sembra di essere piccole statuine di porcellana che giocano a fare le equilibriste su un filo tirato tra due grattacieli. Ma quando la sensazione predominante è questa, e sembra che ci sovrasti, pensiamo a due cose fondamentali.

La prima è che siamo mamme. Sembrerà banale, scontata, ripetuta già un milione di volte un po’ ovunque, ma è sempre il caso di ribadirlo. Il nostro corpo si è completamente tramutato per portare la vita, abbiamo superato i malesseri, gli sbalzi ormonali, i dolori, le ansie, la pancia che cresce e che pesa sempre di più. E poi beh, il parto. Non c’è cosa più potente, destabilizzante, intensa, dolorosa, incredibile del parto, in qualunque modo esso sia avvenuto. E dopo aver realizzato tutto questo non possiamo non pensare di essere donne forti, fortissime. Noi possiamo tutto, dobbiamo solo esserne consapevoli.

La seconda cosa sulla quale vorrei spendere due parole è questa: non c’è nessun problema a mostrarsi fragili e a chiedere un supporto. Non parlo di quello pratico, vista la situazione, ma di quello emotivo. Facciamola una videochiamata alla nostra famiglia o ai nostri amici, se stiamo vivendo un momento di difficoltà non nascondiamolo, ma parliamone. A volte basta parlarne e sentirsi rispondere quelle cose che già sapevamo ma che per un attimo ci eravamo dimenticate: quelle semplici, ma forti e mai banali, del primo punto, ovvero che siamo mamme e tutto possiamo.

Ma la cosa che credo spaventi più di tutte in questo momento storico è principalmente una: il senso opprimente di impotenza di fronte a tutto ciò e, insieme, quel senso di angoscia e paura nel non avere idea di cosa ci sarà dopo, non riuscire ad immaginare in che mondo cresceranno i nostri bimbi. Quando siamo rimaste incinta avevamo le nostre certezze, certo, non pensavamo di essere a conoscenza di chissà quale legge universale, ma almeno avevamo un’idea del mondo che avrebbero dovuto affrontare, per come lo conoscevamo fino a qualche tempo fa. Oggi quell’idea, quelle certezze, non esistono più e questo ci spaventa. Ed il fatto che ci sembra di non poter fare nulla per cambiare le cose ci fa sentire, appunto, terribilmente impotenti.

Che presente e che futuro si stanno delineando per i nostri bimbi?

Quando mi faccio questa domanda delle risposte io non le trovo, ma mi viene in mente un passo del libro di Bruno Bettelheim, “Un genitore quasi perfetto”, che in qualche modo mi rasserena perché, nonostante anche questo non risponda ai quesiti qui sopra, di certo mi rincuora su quello che noi mamme dobbiamo iniziare o continuare a fare:

“Durante il bombardamento di Londra […] cita il caso di una bimbetta che un giorno, con un sorriso radioso, dichiarò di essere la bambina più felice di tutta Londra, perché, mentre passeggiava con la mamma per Hyde Park, poche ore prima, aveva visto un albero volare nel cielo: era stato uno spettacolo unico e meraviglioso, al quale lei sola aveva avuto la fortuna di assistere. Che vicino a dove si trovava con la madre fosse caduta una bomba che aveva sradicato un albero lo si poté ricostruire solo dopo molte domande. Al pericolo corso la piccola non aveva quasi prestato attenzione, presa com’era dalla bellezza, per lei, della scena.

Quella bambina tanto fortunata aveva una madre che, ben sapendo di essere impotente a impedire i bombardamenti, faceva il possibile per impedire che la figlia ne rimanesse angosciata. Non permetteva che la guerra e le sue devastazioni interferissero nel loro rapporto, e fu il loro rapporto a consentire entrambe di tratte gioia da quell’esperienza, che altrimenti sarebbe stata terrificante. E’ significato che la donna rimanesse nel loro appartamento anche quando veniva dato l’allarme antiaereo perché, diceva, non le andava di svegliare la bambina e di spaventarla dopo che si era addormentata. Il fatto che lei stessa riuscisse a dormire quasi tutta la notte, nonostante i bombardamenti, aumentava il senso di sicurezza della figlia. Se si fosse lasciata prendere dall’ansia, neppure la bambina sarebbe riuscita a dormire tranquilla tutta la notte. Laddove altre madri avrebbero contagiato i figli con il loro terrore, questa donna comunicava alla figlia solo l’immensa felicità di essere ancora vive insieme. A questa felicità, vissuta attraverso la madre, si riferiva la bambina quando raccontò di aver veduto un albero volare nel cielo. Dove tanti genitori trasmettevano ai figli la loro angoscia per dover subire l’orrore dei bombardamenti, altri, come la madre di cui abbiamo parlato, comunicarono ai figli la loro felicità per il fatto di poter essere insieme sotto i bombardamenti. Il modo in cui il genitore vive un evento cambia tutto per un bambino, perché è in base al vissuto del genitore che egli si crea la propria interpretazione del mondo.”

Cerchiamo quindi di allontanare questa sensazione di impotenza. E’ vero, non possiamo modificare l’andamento degli eventi, ma qualcosa possiamo farla, eccome. Possiamo lavorare su noi stesse, su come viviamo ciò che succede nel mondo, per fare in modo che i nostri bambini assorbano da noi solo e sempre positività. E questo, in momenti così particolari, non è tanto. E’ tutto.

E per tenere fede a quanto appena detto, mi piace concludere con una frase tratta da una serie tv che riassume in modo perfetto queste ultime riflessioni:

“Non c'è nessun limone tanto aspro da non poterci fare qualcosa di vagamente simile ad una limonata”.

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